Alba dalla Tofana di Mezzo

"Galoppa, fuggi, galoppa, superstite fantasia. Avido di sterminarti, il mondo civile ti incalza alle calcagna, mai più ti darà pace". D.Buzzati

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venerdì 15 novembre 2013

Racconto: "ll rumore della montagna" di Irene Pampanin


Vista l'aria di neve,

questa sera vi propongo questo racconto,

tratto dal libro "Rifugio Settimo Cielo"



IL RUMORE DELLA MONTAGNA

 


   È mattina. Lo so, perché la sveglia si è messa a suonare. Sotto il piumone il calore mi avvolge, non mi voglio alzare! Solo il mio naso fa capolino dalle coperte. È freddo come la stanza che mi circonda, ma è dolce il profumo di caffè che comincia a respirare. Allora mi alzo, accendo la luce, anzi no, la lascio spenta, vado alla finestra inciampando nelle ciabatte e la apro piano… lo sapevo, sta nevicando. Udivo il rumore dei fiocchi mentre dormivo o forse semplicemente sentivo l’odore della neve.
   Un batuffolo bianco si posa sui miei occhi ancora assonnati, lo prendo delicatamente con il dito per vedere la sua forma, ma già si è sciolto sulla mia mano.
   Guardo mio fratello dormire, poi apro in silenzio la porta ed esco dalla mia stanza. Il corridoio la mattina mi sembra più bello, è blu e un po’ giallo, sembra essersi risvegliato anche lui con un raggio del sole.
   Il cane mi guarda dalla sua cuccia, ancora non ha le forze per darmi il buongiorno ma mi guarda, dolce, come a volermi salutare. Mi segue con lo sguardo finché entro in cucina.
Non c’è nessuno, ma la moca è sul fuoco. Che bello, qualcuno ha pensato a me.
Il vetro è appannato, dalla stufa accesa si sente un leggero filo di calore. Mi avvicino, metto le mani su quel filo e comincio a tessere con la fantasia un pianoforte. Muovo le dita, pian piano prendono calore. Sento la musica. È il suono del caffè che mi chiama, del cane che si alza e sbadiglia teneramente, del papà che appoggia la legna da ardere nella cassapanca, dello spazzaneve che passa sulla strada.
Intorno a me comincia la vita. E io penso che cosa devo fare durante questa giornata. Prendo la tazzina verde con gli occhi, il naso e la bocca dipinti, la riempio e ci metto sbadatamente lo zucchero, che, come sempre, va a finire sul tavolo.
Penso a cosa devo fare nelle prossime ore: andare a scuola, preparare la cartella, l’interrogazione, finire quel disegno… no, basta!
Adesso è il mio momento. Mi appoggio sul davanzale. Guardo fuori. Il calore del caffè appanna ancor di più il vetro. Nevica più forte. Sotto i lampioni vedo i fiocchi scendere. Sono arancioni, ballano e suonano… devono essere gli angeli che suonano il rumore delle montagne. Non mi stupirebbe se ora da sotto quella neve uscisse il Cielo in persona a cantare qualcosa di simile allo scontro tra due soffici nuvole bianche.

   Son già le sei e mezza, mi devo sbrigare. Mi vesto velocemente, risciacquo il viso con l’acqua fredda, saluto la mamma che nel frattempo si è svegliata, accarezzo la testolina morbida del mio cane ed esco di corsa.
Il maglione mi accarezza il mento. Metto la giacca, i guanti e il berretto. Lo zaino è pesante, ma non fa niente, la strada non è molta.
Apro la porta. Sono fuori.
Incredibile. L’alba è riuscita a essere più veloce di me. La mia guancia sinistra sente già il calore del sole, i miei occhi vedono una striscia di rosa nel cielo e l’ultima stella scomparire.
   Comincio a scendere le scale frettolosamente, ma mi fermo di colpo. Qualcuno mi chiama. Non dice il mio nome, ma sta chiamando me. Io lo sento…
È forte, è bella, è sempre stata lì. Mi giro e mi fermo in quell’attimo di infinità. Così semplice, così pura, la montagna mi saluta con il rumore del vento quando si scontra con la mia pelle. Io respiro l’eterno e come d’incanto sto bene. Io ora ho un po’ del suo eterno nell’anima e lei un po’ del mio cuore tra la sua roccia.
   Rivedo quello che ha visto lei: rivedo mio nonno che piangeva quando partivamo per il mare, che accarezzava il gatto arancione seduto sulla panca, che mi dava da mangiare di nascosto, che non mi riconosceva più quando era la fine. Rivedo la nonna che saliva le scale a fatica pur di giocare con me, che mi ha regalato il colore dei suoi occhi, la nonna che mi dicevano fosse diventata una stella.
Rivedo i riccioli biondi di mio fratello, la bicicletta azzurra con le rotelle, la mamma che ci tirava le ciabatte quando non stavamo buoni! La torta di compleanno con le candeline rosa, il papà con la divisa da vigile e che, anche se avevo sei anni, l’otto di marzo mi portava la mimosa.
Mio nonno che sedeva sempre capotavola e la nonna che cercava di farmi pronunciare bene la parola “capriolo”.
   In un momento rivedo nella montagna i ricordi che solo lei che tutto vede e tutto ricorda poteva farmi tornare alla mente.
Tolgo il berretto, sorrido. Un po’ la mia anima è commossa, ma ride. Nelle vene mi scorre l’infinito, ora io sono di più.
Non sento più il peso dello zaino, i fiocchi tra i capelli diventano dolci carezze. Scendo le scale, prendo in braccio il gattino bianco e nero che sonnecchia sulla panca, gli do un bacino sul suo tenero musetto e saltellando mi avvio per la strada bianca scivolando qua e là. Vado... vado a scuola, vado avanti, vado più sicura. Lei rimane alle mie spalle, sempre viva, a respirare, a fare del suo respiro la linfa della mia vita.

Irene Pampanin


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